Librinellamente

Recensioni, ma anche pensieri ed emozioni trasmessi dai libri, quelli già pubblicati e quelli che nascono qui.

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Utente: pazienteinglese
Nome: rita iacobucci
Sono un uomo che digiuna finchè non vede ciò che vuole. Lettere, parole, vita. Cercare, guardare, scoprire, conoscere, senza sosta, senza stancarsi mai. Il paziente inglese è urgenza di vivere.

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giovedì, 15 maggio 2008

9 maggio 1978. Cambia la Storia.

moro<Si…si. È lui, è Aldo Moro>. La voce affannata è quella di Paolo Frajese, racconta una scena che i suoi telespettatori non possono vedere, un’emittente privata ha ‘bruciato’ la Rai, che non riesce a trasmettere le immagini del ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia cristiana nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. I terroristi, le Br, lo hanno lasciato in via Caetani dopo averlo ‘giustiziato’ qualche ora prima nel garage del ‘carcere del popolo’ in cui era stato prigioniero per 55 giorni. I silenzi del cronista di quella strana diretta, le pause che la rendono quasi surreale sono rimasti nella mente più delle parole. Forse perché nessuna parola, di allora e dei trent’anni che da quel 9 maggio 1978 ci separano, ha saputo rispondere alle domande della coscienza. Quella di ognuno e quella dello Stato.

<Era un uomo estremamente solo nelle sue valutazioni e nei suoi ragionamenti politici>. A parlare è Lello Lombardi, senatore della Dc, collaboratore di Moro in quei giorni. Racconta del rigore con cui lo statista democristiano aveva ideato il ‘compromesso storico’ con il Pci, della sofferenza per le accuse, che percepiva, di aver fatto una cosa disdicevole: portare al governo i comunisti. <Lui aveva visto la realtà prima degli altri, questa la sua grandezza. Rappresentava con la sua azione quotidiana il passaggio da una democrazia blindata ad una più aperta e rispondente alla società>. Questo, è ormai un dato acquisito dalla storia, lo condannò.

Per molti era chiaro, dal sequestro del 16 marzo del 1978, che le Brigate Rosse lo avrebbero ucciso. La prigionia fu tormento della Nazione, dei partiti, dell’essenza stessa della Repubblica. La fermezza per salvare lo Stato, che non riusciva a salvare la vita di uno dei suoi padri fondatori. Indagini che per due mesi non riuscirono mai a lambire il covo e i carcerieri. Ritardi, sospetti, depistaggi, veleni. Fu il travaglio della Dc, il ‘partito regime’, così lo chiamavano le Br, che con i terroristi non scese a patti. Contingenze, suggeriscono le ricostruzioni. Parti di un tutto più spaventoso e tuttora indistinto. Chi erano le Br?. Erano eterodirette dai servizi segreti stranieri? Chi aveva interesse a che l’Italia rimanesse democrazia incompiuta? Chi volle fermare Moro nella sua opera di rinnovamento tanto da sacrificarne l’esistenza? <Restano misteri>, la voce del senatore Lombardi s’incrina per l’impotenza di quei giorni bui.

Oggi è la giornata della memoria per le vittime del terrorismo. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi, Palermo, regno del capomafia Tano Badalamenti, venne ucciso Peppino Impastato. Dilaniato dal fatto di essere figlio di un mafioso prima che dal tritolo dei sicari di Badalamenti. Non se ne parlò in quei giorni, l’omicidio di Moro catturò drammaticamente ogni attenzione. È doveroso ricordare anche lui, vittima come Moro di un’aberrazione inaccettabile.

rita iacobucci

Nuovo Oggi Molise 9 maggio 2008


postato da: pazienteinglese alle ore 06:16 | link | commenti
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martedì, 06 novembre 2007

Un anno e mezzo dopo Provenzano, la mafia ha un altro volto

lo piccoloIL COMMENTO

Mafia, partita ancora aperta

di GIUSEPPE D'AVANZO

La Repubblica 6 novembre 2007

Cosa Nostra non è invincibile. Se ci appare ciclicamente inattaccabile nel nucleo centrale del proprio sistema di potere e del network di relazioni che la protegge, lo si deve soltanto alla ciclica debolezza dello Stato e della società siciliana; alle molteplici linee di frattura che hanno impedito di chiudere la forbice tra repressione giudiziario-poliziesca e rinnovamento politico ed economico.

L'arresto di Salvatore Lo Piccolo - l'uomo capace per "autorevolezza" di tenere insieme una Cosa Nostra indebolita - è una buona opportunità per ridurre l'invasivo peso sociale della mafia, per sradicarne la patologia criminale. Lo Piccolo è a Palermo l'ultimo anello della catena di comando di Bernardo Provenzano (l'altro Matteo Messina Denaro non è palermitano, è trapanese). E' il solo riconosciuto "capo" ancora in grado di "amministrare" il doppio modello organizzativo di Cosa Nostra nell'area nevralgica di Palermo: da un lato, la protezione e l'estorsione nelle borgate della città, quindi la raccolta violenta delle risorse destinate ai "picciotti", alle loro famiglie, alle spese legali, al sostentamento delle famiglie degli arrestati; dall'altro, gli affari che - orizzontalmente - coinvolgono le cosche e i capitali di tutti i mandamenti regionali.

Se il primo modulo (l'estorsione) non è stato mai un problema per Cosa Nostra, il secondo (gli affari) è stato mortificato nel tempo dall'arcaicità dei Corleonesi di Riina e Provenzano che hanno cancellato il protagonismo della mafia siciliana sulla scena internazionale. A questa arretratezza Lo Piccolo lavora con pazienza e mano forte, coltivando un programma ambizioso e agevole come un uovo di Colombo. Se vedono giusto indagini lunghe e accurate, egli pretende che Cosa Nostra si risvegli dal suo torpore tornando come sempre "all'antico".

Il mafioso arrestato a Carini scorge soltanto una possibilità per restituire a Cosa Nostra "centralità" e influenza, quindi il potere economico di un tempo. Occorre concedere agli "sconfitti" della guerra di mafia degli Anni Ottanta (gli Inzerillo di Passo di Rigano, gli Spatola dell'Uditore, i Di Maggio di Torretta, i Gambino del New Jersey) di rientrare a Palermo, di essere "ponte" tra l'Isola e gli Stati Uniti, dove gli esiliati sono cresciuti, per restituire all'organizzazione siciliana una rispettata e riconosciuta funzione di broker nel mercato mondiale legale/illegale.

L'arresto di Lo Piccolo interrompe ora il disegno in una congiuntura molto favorevole alla legalità. Non ci sono più a Palermo (non ci sono ancora) leader mafiosi che siano stimati così affidabili e carismatici per un piano tanto ambizioso da imporre alle "famiglie" una fiducia reciproca, l'abbandono di antichi rancori, l'oblio dei lutti che i Corleonesi hanno distribuito a piene mani.

Può essere allora l'occasione per assestare un colpo formidabile alla mafia siciliana a condizione che le ruote di politica, economia, istituzioni e società non girino divaricate; che si sappia - per una volta - avvertire il momento storico e lavorare finalmente insieme accompagnando la crisi mafiosa con il rinnovamento di metodi, strategie, élites.

Da questo punto di vista, si osserva qualche lama di luce e ancora troppi coni d'ombra. Ci si può fare soltanto degli auguri, con controllato ottimismo. Ci si può augurare che il governo, che finora ha avuto soltanto un approccio moraleggiante alla sfiducia e alla passività dell'Isola, sappia offrire risposte più coerenti alle difficoltà siciliane, precisando obiettivi condivisi di sviluppo più soddisfacenti e dinamici delle proposte offerte dal sistema affaristico-mafioso. Ci si può augurare che i procuratori di Palermo non trasformino questo successo che viene da lontano - da un'altra stagione giudiziaria - in un pretesto per nascondere sotto il tappeto le divergenze che attardano l'ufficio, per occultare l'imbarazzante conflitto che, prima che tecnico-giudiziario, è culturale, "ideologico". Può essere la magistratura, e soltanto la magistratura, la protagonista del rinnovamento politico e sociale dell'Isola come qualcuno, con troppa autoreferenzialità e risentimento, sembra pensare a palazzo di Giustizia?
Ci si può augurare che l'imprenditoria voglia liberarsi dell'antico giogo del "pizzo". Confindustria è impegnata a espellere chi paga il prezzo del ricatto, ma i commercianti? Con Lo Piccolo in carcere, ci si augura che sapranno trovare la forza per avere fiducia nelle capacità di prevenzione e protezione dello Stato.

Infine, la politica. Soltanto il sottosegretario alla Giustizia Luigi Li Gotti ha avuto l'audacia di osservare, nel turbinio ipocrita delle facili lodi, quanto sia "schizofrenico" che ci siano partiti politici entusiasti dell'arresto di Lo Piccolo mentre nel contempo "non solo accettano comportamenti gravi di collusione di propri esponenti ma, con la loro inerzia, li avallano", li giustificano, quasi li esibiscono per soddisfare quella "richiesta di mafia" che attraversa periodicamente la società siciliana.

Per uscire dal vago, non si può accettare senza battere ciglio che il governatore dell'Isola, Totò Cuffaro, contratti in un retrobottega il tariffario sanitario regionale con Michele Ajello, probabilmente un prestanome di Bernardo Provenzano, senza che nello schieramento politico che lo sostiene si levi un dubbio o una sola voce di dissenso. Non è buon segno che, mentre i pubblici ministeri chiedono in tribunale la sua condanna per favoreggiamento, l'imputato sia sommerso, nelle assemblee elettive, di abbracci solidali.

Della mafia spesso si dice che "tutto sembra nuovo perché tutto viene dimenticato". Oggi vale la pena, nell'entusiasmo provocato dalla "caduta" di Lo Piccolo, di ricordare che Cosa Nostra è apparsa spegnersi anche in altre occasioni e sempre è riuscita a risorgere. Se ci riuscirà ancora una volta o se, consapevole degli straordinari successi degli ultimi tre lustri, Stato e società sapranno finalmente ridurre a fisiologia il crimine siciliano, è purtroppo una partita ancora incerta.



postato da: pazienteinglese alle ore 14:26 | link | commenti (1)
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Le persone che si allontanano senza far sentire la loro mancanza

Uomo_di_spalle_by_mrpitoneIl soffio gentile delle persone che non ci sono più, che non troviamo più 'a nostra disposizione'. Restano intorno come carezze non mantenute.

Restano e diventano comportamenti che non sapevi di avere. E quando ti accorgi di camminare nel mondo con quel tale passo lo riconduci a qualcuno che te lo ha trasmesso e lasciato in eredità.

Curioso che oggi stessi scrivendo e limando il saluto ad un amico che torna a casa, trrasferito per lavoro nella sua città. Difficile farlo se deve essere professionale, servire al quotidiano che ringrazia un funzionario di polizia per la collaborazione dimostrata nel garantire il diritto di cronaca. Difficile farlo se il redattore prima che un poliziotto vede un amico.

Curioso, senza osare paragoni impropri e tanto retorici da diventare inopportuni, che lo stessi facendo mentre il mondo del giornalismo salutava Enzo Biagi, scomparso da qualche ora.

Ecco, iperbole improbabile, lo so. L'assonanza è nello spirito del saluto e nello stile. Un saluto che non è un addio  e che anzi regala la cognizione di quanto le persone coerenti, rigorose sanno modellare anche le vite degli altri. Sanno insegnare senza dare segno di farlo, sanno lasciare il segno, improntando ogni uscita di scena al silenzio e al rispetto.

Sanno allontanarsi senza che la distanza faccia mai sentire la loro mancanza.


postato da: pazienteinglese alle ore 14:02 | link | commenti
categorie: quello che non dico
giovedì, 11 ottobre 2007

Non avevo capito niente

libro de silvaPrimo Piano Molise 8 ottobre 2007

di Rita Iacobucci

Ancora una statistica che conferma quello che già sappiamo: il 62% degli italiani non legge neanche un libro durante un anno. E, ancor peggio, di questi la quasi totalità, il 61%, pensa che leggere non sia importante. C’è da comprenderla tutta, quindi la soddisfazione dell’Unione Lettori Italiani in questo triste  panorama. Da anni l’associazione organizza la rassegna ‘Ti racconto un libro’. E negli anni l’appuntamento si è consolidato, è diventato presenza fissa tra le iniziative culturali del capoluogo di regione. La soddisfazione è per una ripresa della sezione autunnale degli eventi previsti nel calendario della stagione 2007 che ha avuto un ragguardevole successo. Per il laboratorio di scrittura, tenuto quest’anno da Diego De Silva, l’Uli ha dovuto riaprire le iscrizioni quando era già scaduto il termine. Il laboratorio incrocerà consigli di narrazione sia dal punto di vista letterario che da quello cinematografico. E giovedì scorso alla presentazione dell’ultimo romanzo di De Silva, ‘Non avevo capito niente’,  in libreria dal 13 settembre e già in ristampa, la sala della biblioteca Albino era gremita.

Opera curiosa, l’ultima di Diego De Silva, che indaga e mette alla prova il senso dell’umorismo del lettore. Trovata la chiave di volta che permette di stabilire l’empatia necessaria tra le pagine che si stanno leggendo e colui che le legge, lo scritto strappa sorrisi, a volte risate, con un buon ritmo di narrazione. E dire che il cognome del protagonista è Malinconico. Vincenzo per la precisione. Un avvocato quarantenne che sbarca il lunario in un mondo forense affollato e in cui quelli come lui, meno brillanti, più pigri, rinunciano perfino a competere. Basta qualche causa di risarcimento, qualche sinistro stradale che non si nega mai a nessuno, per sopravvivere. Una vita privata altrettanto precaria, in una città a cui De Silva, come è sua consuetudine non dà il nome, lasciando che Napoli venga riconosciuta o immaginata grazie agli odori e alle atmosfere. Oltre che per quella camorra che irrompe nella vita di Malinconico, da cui lui, avvocato, non può prescindere, ma che a suo modo combatte. Insieme a tutto questo molte sorprese che lo riveleranno uomo diverso da quello che tutti credono e per gli altri, ma soprattutto per se stesso, migliore.

Quanto c’è di Diego De Silva, quarantenne, avvocato, che ad un certo punto ha scelto di scrivere e Vincenzo Malinconico. Domanda scontata, o che nasce spontanea, dipende dai punti di vista. “Io non credo sia possibile scrivere un libro completamente autobiografico, perché in letteratura nel momento stesso in cui scrivi ‘io’ vuoi già significare tante altre cose – risponde lo scrittore, che avrà considerato, bontà sua, spontanea e non scontata la domanda – però sicuramente nella storia di Malinconico c’è molta della mia esperienza di vita. Soprattutto ci sono tanti miei rimuginamenti che alla fine creano un insieme piuttosto buffo e rendono il libro divertente”.

 


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categorie: recensioni
giovedì, 02 agosto 2007

Il solo rammarico di non riuscire ad andare al cinema

caselli per attualitàPrimo Piano Molise

2 agosto 2007

di Rita Iacobucci

CASACALENDA. Con largo anticipo sull’inizio della manifestazione Giancarlo Caselli, procuratore generale a Torino, arriva in paese. Per MoliseCinema, per parlare del libro di Cristina Zagaria sulla vita di Armida Miserere e sulla scia che lei ha lasciato. Scende dall’auto blindata, ma è rilassato, sereno. Si ferma, chiacchiera, osserva. Il clima è frizzante, gli organizzatori sono giovani. Come quel figlio, ci dice, praticante giornalista, “allegramente precario”, come chi lo sta intervistando, sottolinea. Il sorriso è di gusto e di affetto. Il discorso parte da Casacalenda e arriva lontano, alla politica, alla riforma dell’ordinamento giudiziario, al Sismi che in questi anni i giudici, alcuni di loro, li ha spiati. Potrebbe andare avanti per ore, ma il libro di cui parlare attende. E allora ci fermiamo su quei tanti aspetti della vita, film, libri, dischi, a cui il giudice ha dovuto rinunciare, privandone anche l’uomo. Senza scalfirne, però, in alcun modo l’umanità.

 

Giudice Caselli, lei è a Casacalenda per parlare di Armida Miserere e del libro scritto sulla sua esperienza di vita. Aveva conosciuto Armida Miserere molti anni fa a Palermo. Che ricordi ha di quel periodo e di questa donna?

Quello era un periodo del tutto particolare. Dopo le stragi di Capaci e di Via D'Amelio e la morte di Falcone e Borsellino il Paese era in  ginocchio. Sembrava che i Corleonesi stragisti fossero più forti di tutto e di tutti e che l'Italia stesse per diventare uno Stato - mafia. Ad un certo punto abbiamo trovato la forza per imboccare la strada per reagire. Io scelsi allora di andare a Palermo, feci domanda per diventare procuratore capo. Lì restai per sette anni, anni in cui conobbi Armida Miserere, direttrice dell'inferno dell'Ucciardone. Prima di lei quel carcere era un grand hotel, lo Stato soccombeva al dominio mafioso nel luogo dove più forte doveva essere la sua autorità. Armida Miserere con la sua caparbietà ed onestà riportò le regole all'interno dell'Ucciardone. Nei momenti più significativi per la lotta alla mafia lei diede sempre il suo qualificato contributo. Quando andai, successivamente,a  dirigere il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, di Armida ebbi ancora modo di avvalermi molte volte. Sempre in momenti delicati, complessi, chiedendole anche sacrifici, che lei accettava di fare con un senso dello Stato notevole e una generosità oltre ogni limite. Rinunciava a se stessa per gli interessi generali. La ricordo con grande ammirazione, una professionalità ed un’umanità straordinaria.

Pochi giorni fa, intervenendo su un’indagine giudiziaria in corso in Molise (Black hole, ndr), l’on. Giovanardi ha criticato l’operato della Procura della Repubblica di Larino per provvedimenti di arresto presi nei confronti di vertici delle forze dell’ordine coinvolti nell’inchiesta. Ancora spesso, al di là di questo caso specifico, i poteri dello Stato si sovrappongono e si scontrano…

Ovviamente non conosco la vicenda che lei ha citato, e se la conoscessi, d’altro canto, da giudice, a maggior ragione non potrei parlarne. Quindi, ribadito che non mi riferisco al caso specifico, devo, però, fare un’analisi generale, che comprende varie situazioni.

Da sempre i rapporti fra una certa politica e la magistratura sono difficili. Parlo di quella politica che non ama il controllo di legalità sceglie la strada della contestazione in radice. C'è il rifiuto del processo. Ci si difende dal processo stesso, non al suo interno. Questo comporta la delegittimazione del magistrato che in quel momento sta procedendo, dell'ufficio giudiziario a cui appartiene, del potere giudiziario in generale. Ed accade solo in Italia. In nessun altro paese al mondo la funzione giudiziaria viene attaccata in questo modo. Non mi pare che in altri posti i magistrati siano stati definiti come "antropologicamente diversi dalla razza umana" o come associazione a delinquere. Queste non sono critiche, sono denigrazioni, delegittimazione, sintomo di contrapposizione istituzionali che non fa bene alla democrazia. Una svolta significativa per la nostra nazione sarebbe riuscire a stabilire finalmente il giusto equilibrio tra il mondo politico e quello giudiziario, aderendo anche alll'appello in tal senso del Capo dello Stato.

 

I giudici in Italia sono stati spiati dai servizi segreti...

Questa è una vicenda davvero inquietante, come lo è il tentativo di darle un basso profilo, per dimenticarla, insabbiarla. Se ne deve parlare, invece, e si deve dire che pezzi dello Stato, deviati, non deviati, c'è un'inchiesta in corso che chiarirà questi aspetti, pezzi dello Stato, dunque, abbiano ritenuto legittimo schedare, raccogliere documentazione riguardante un pacchetto di oltre duecento magistrati italiani ed europei. E non perchè fossero anche solo in ipotesi sospettabili di aver commesso illeciti, non perchè fossero ritenuto un pericolo per la sicurezza dello Stato, su cui è competente il Sismi. Agli occhi di chi li osservava così vicino questi magistrati avevano un'altra colpa: quella di avere idee diverse rispetto a chi in quel momento governava in Italia. La raccolta di dati risale, infatti, all'estate del 2001, da poco aveva vinto le elezioni il centrodestra. Adesso aspettiamo che ci si dica come mai è potuto accadere, di chi sono le responsabilità.

Il 28 luglio è stata approvata in via definitiva dalla Camera la riforma della giustizia, nel testo proposto da Ministro Mastella. Cosa cambia e qual è la sua posizione?

Io intanto non parlerei di riforma della giustizia. Per riformare la giustizia ci vuole ben altro. Ci vogliono, innanzitutto, procedure più snelle, con tempi certi che riescano davvero a garantire il rispetto del diritto del cittadino ad ottenerla, la giustizia. Ci vorrebbero, quindi, procedure più rapide e moderne e personale in numero sufficiente a far lavorare i Tribunali: giudici, ma anche cancellieri, stenotipisti, uscieri. La legge approvata in questi giorni, quindi, non riforma la giustizia, ma l’ordinamento giudiziario. Ha sicuramente un merito, quello di aver impedito l'entrata in vigore della precedente "legge Castelli" che avrebbe trasformato il giudice in un burocrate, preoccupato di non avere guai e di non assumersi responsabilità. Avremmo avuto un magistrato perennemente impegnato in esami e concorsi, cronicizzando la vera emergenza del sistema giudiziario in Italia, i tempi biblici dei procedimenti. Scampato pericolo, dunque. Abbiamo la legge Mastella, che realizza anche alcuni profili positivi. Ha, però, ancora molte lacune e essenzialmente non  si è agito sull'impianto del sistema giustizia. Su questo, come su tanti altri punti dobbiamo ancora lavorare ed intervenire.

Una domanda  più personale: quarant'anni magistrato in trincea. Quanto ha significato leggere un libro, vedere un film, lo svago in generale per riportarle una serenità perduta per motivi di sicurezza?

Leggere per me è ossigeno. Come ascoltare musica, mi serve proprio per riuscire a respirare. Certo io vivo con la scorta dal 1974, quando mi occupavo di terrorismo. A Palermo, poi, la scorta era totalizzante, quasi una prigionia. Lo dico con affetto e con un rispetto assoluto per quei ragazzi che tante volte hanno salvato la mia vita, rischiando seriamente la loro. Sdrammatizzando, però, mi piace fare questo esempio. Ho dovuto ridurre tantissimo la frequentazione delle sale cinematografiche che pure mi attirano molto. Questo anche perchè nei momenti più intensi, se così possiamo chiamarli, la mia scorta era composta anche da dodici uomini. E provate voi a mettere d'accordo dodici persone sul film da vedere. Chi l'ha già visto, chi preferisce un film d'avventura, chi un film d'amore. Alla fine uno al cinema non ci va più, ecco .....


postato da: pazienteinglese alle ore 21:34 | link | commenti (1)
categorie: una chiacchierata con
giovedì, 19 luglio 2007

Lo Stato degli uomini minimi. Quindici anni fa Paolo Borsellino

Senza nome2Domenica, era domenica. Doveva essere profumata l'aria di Palermo. Zagara e salsedine, l'aria immota e immutabile di un afoso pomeriggio siciliano di luglio. L'aria immota e immutabile di una città ripiombata nel cuore della sua storia, morte e veleni, e verità invisibili, sfacciate e nascoste. Pronte all'uso di chi ne avesse bisogno. L'aria irrespirabile di una Sicilia che aveva perduto Giovanni Falcone. E sua moglie. E chi lo proteggeva. L'aria dei padroni dell'isola che alzavano la testa e colpivano diritto. Colpivano facile. Ammazzando gli uomini che lo Stato aveva abbandonato.

Eppure era profumata l'aria di Palermo anche in via D'Amelio.

Perché la natura con la Sicilia è stata generosa, le ha donato una bellezza disperata e disperante. Uno spirito "altro", cucito addosso come una maschera che non riesci più a gettar via. Una delle maschere di Pirandello.

E Paolo Borsellino lo sapeva, nel silenzio della sua vita dalla parte giusta, lavoro e sacrificio. Intelligenza e signorilità. Lo sapeva, che dopo Falcone sarebbe toccato a lui. Forse, non aveva immaginato l'affronto intollerabile di un figlio massacrato sotto la casa di sua madre. O forse si. A Ninni Cassarà, capo della squadra mobile della Questura di Palermo, era toccato di essere crivellato di colpi sotto gli occhi della giovane moglie affacciata al balcone di casa, felice del ritorno dell'uomo che amava, come le persone normali. Ma in Sicilia uno sbirro, giudice o carabiniere che sia, non è persona normale. Neanche la morte che gli viene assegnata può essere dignitosa.

Quindici anni. Il tempo di ripartire. Il tempo di trovare gli esecutori della strage di via D'Amelio, chili di tritolo per il giudice Borsellino e la sua scorta, e condannarli.

Quindici anni. Non sono bastati per trovare i mandanti. Certo, la mafia. Ma qui si parla di coloro che nel film hanno una partecipazione speciale, non dei protagonisti principali.

Di quelli che hanno premuto il telecomando che ha innescato l'esplosione.

Di quelli che hanno fatto sparire l'agenda di Borsellino, l'agenda rossa, dalla sua borsa, mentre lui era in terra che moriva. Qualcuno è entrato nella macchina l'ha presa e portata via. Quindici anni e ti dicono che forse è stato un poliziotto, forse per ordine dei servizi segreti, forse deviati.

Forse deviati.

Quindici anni. E tanti bambini a Palermo alla commemorazione. Quei bambini, il 19 luglio del 1992, mentre io crescevo e con me la rabbia di capire che la mia tensione morale era più grande di quella di molte istituzioni e dei loro rappresentanti, non erano ancora neanche nella mente dei loro futuri genitori. Non c'era la gente comune, i palermitani, leggiamo nelle cronache. E questo forse è un segnale.

Forse invece è un invito a riflettere su cosa siamo stati in questi quindici anni, in quali mani abbiamo consegnato le nostre vite. Nelle mani giuste, suggerisce, dal titolo, a contrario, l'ultimo libro di Giancarlo De Cataldo, lucido e spietato. Una fotografia verosimile della storia recente. Le stragi del 1992 e quelle del 1998, attribuite alla mafia, anch'esse senza registi. De Cataldo lo ha scritto con i contenuti del romanzo e l'autorevolezza del linguaggio del giudice che scrive le sentenze. È un libro che scuote, innesca il ragionamento. È un libro necessario perchè serve a porre domande. E se fosse stato davvero così? Lo Stato e l'antistato che si incontrano in un luogo indefinito, perché immanente. L'accordo scellerato da proporre alla mafia che sembrava più forte delle istituzioni, replica di chissà quanti altri compromessi.

E in mezzo gli uomini, le donne, che interpretano se stessi. E vivono e muoiono a seconda del loro grado di accettazione delle regole, squallide e inaccettabili, delle ragioni di Stato, che tutto coprono. Ustica, Brescia, le bombe a Roma, a Firenze, a Milano, ma anche Borsellino. Solo alcuni esempi. Il fango che riemerge ciclicamente dal rimescolarsi della nostra storia repubblicana è così evidente nelle cronache recenti che non c'è bisogno di farne altri.

Resta ancora però, quel profumo. Ancora si sente dal 19 luglio del 1992. Arriva dalle azioni di tutti gli uomini come Borsellino e Falcone, uomini di Stato, uomini che non si voltano. È il fresco profumo della libertà. Che spazza via il puzzo maleodorante del compromesso morale.


postato da: pazienteinglese alle ore 17:56 | link | commenti (6)
categorie: quello che non dico
domenica, 15 luglio 2007

Il dolore e la giustizia

crollo%20Jovine

di Rita Iacobucci

CAMPOBASSO. Una donna con la toga. Minuta, la sagoma si perde sullo sfondo della sala di albergo in cui si è tenuto il processo. Legge in fretta. È contratta, nervosa. La lingua scappa via appena articolate le parole, che restano a mezz'aria. Si infilano l'una dietro l'altra e formano il concetto. Che arriva sulle persone, sulle loro facce in attesa. Mai sentenza era stata così reale, si è attaccata sulla pelle di chi era ad ascoltarla. Assolti. Perché il fatto non sussiste. Non sussiste perché non è stato sufficientemente provato.

Legge la sentenza del processo di primo grado per il crollo della “Jovine” a San Giuliano di Puglia dopo il terremoto del 31 ottobre 2002, 27 bambini e una maestra deceduti sotto le macerie. Legge e scappa via Laura D'Arcangelo, giudice monocratico del tribunale di Larino, consapevole della reazione che ci sarà.

L'uomo è istinto, il dolore evade da chi lo prova e si muove autonomamente.

E come restare zitto, se davanti ti torna il volto di tuo figlio, occhi e manine perduti per sempre. Se davanti quel viso lo hai tutti i giorni. Come non muoverti, scattare, urlare. E pure, perchè muoverti ancora, perché camminare, mangiare, vivere. Senza di lui, senza di lei. Lasciata in quel mattino di ottobre, cinque anni fa, a scuola. Non è più tornata da te. L'hai ascoltata, la vocina flebile sotto le macerie. Il tempo di salutarti. Per un addio che non hai mai consumato. Perché non si può.

La giustizia oggi in quell'aula improvvisata, dopo un processo sentito, vissuto, interpretato, è stretta in una morsa necessaria. Quella della sofferenza che mai verrà sanata. La sequenza delle immagini è urla e spasimo e gambe immobili o sedie buttate via con forza. È rabbia e fisico che cede. È occhi che guardano senza vedere. È indignazione e maledizioni.

La giustizia oggi in quell'aula improvvisata è una pubblica accusa incredula. Non sono provati gli addebiti, ha detto il giudice. È una pubblica accusa che insiste, ma non sa se presenterà l'appello. Aspetta di leggere le motivazioni.

A te le motivazioni non servono, nessuna ragione giustificherà mai il terremoto e il crollo della scuola. Volevi solo sapere perché quell'edificio è crollato e quelli vicini no. Volevi solo sapere perché e come è stata decisa la sopraelevazione.

Lo Stato ora ti dice: non lo so, non posso dirtelo, non mi hanno spiegato bene.

La giustizia, a Larino, oggi si arrende. Lascia parlare, piangere, e gridare che no, non è da posto civile lasciare morire ventisette bambini e la loro maestra e dire che nessuno, nessuno è responsabile. La giustizia e il cuore lasciano dire che non finisce qui, che le conseguenze saranno pesanti, che la giustizia è quella che ci si costruisce da soli.

L'anima del Molise, di noi che abbiamo solo assistito, coinvolti, ma non toccati dalla disgrazia del 31 ottobre 2002, abbraccia e comprende la reazione di padri e madri disperati senza appello, senza possibilità di riscatto, sfiancati dalla loro stessa battaglia.

La sfida della vita, domani, dopodomani, un giorno forse lontano, ma reale è quella di capire.

Di capire, senza cercare vendette. La vendetta non è la verità.

Faceva freddo quattro giorni dopo il terremoto a San Giuliano. Un freddo artificiale, siderale in quel campo di calcio in cui erano stati sistemati i sopravvissuti. Un freddo che il clima non può generare. Era il freddo di un paese, di una comunità senza più il respiro caldo del suo futuro. Era il freddo della morte inaccettabile, quella che ti ossessiona e ti mina dentro.

C'era un uomo in mezzo a quel campo, il fisico diventato pezzo di legno, un pinocchio senza geppetto a renderlo vivo. Sindaco del paese all’epoca, imputato assolto oggi dal giudice. Aveva vissuto tre giorni di vita non sua, martirio e straniamento. Una figlia persa e la responsabilità di un ruolo che non lascia vie d'uscita. Aveva versato lacrime senza coscienza. Nell'abbracciarlo, unico gesto concesso da un'impotenza assoluta, ho sentito che il pezzo di legno ridiventava carne. Le lacrime che scesero su quel viso erano vere, consapevoli. Dicevano che non avrebbe avuto più salvezza.

La condanna gliel'aveva già inflitta la vita, che non ha aspettato la giustizia degli uomini.


postato da: pazienteinglese alle ore 10:04 | link | commenti (2)
categorie: quello che non dico
sabato, 07 luglio 2007

Erri De Luca

erri_de_luca (WinCE)Lo sguardo che attraversa, chiaro, trasparente. Erri De luca ha gli occhi degli uomini che sanno vedere “dietro” e “dentro” le cose. Erri De Luca ha pure le parole per raccontarle le cose che vede e che vive, la capacità di renderle vive davanti agli occhi dei lettori.
Incontra i giornalisti per parlare del suo Don Chisciotte, l’invincibile. Spettacolo musicale e teatrale portato in scena anche a Campobasso al Teatro Savoia insieme a Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi.
E diventa un suo racconto anche questo breve tempo che abbiamo a disposizione per fargli qualche domanda.
Scriveva fin da piccolo, Erri De Luca: racconti di cui poi, vai a sapere perché, si sbarazzava.
Proviamo a chiederglielo.
 
 
Perché Erri De Luca si sbarazzava dei racconti che scriveva?
Perchè non mi piacevano più. Rileggendoli, a distanza di qualche tempo, mi accorgevo che non mi piacevano più e li buttavo. Il criterio con cui ho cominciato a conservarli è stato quello di capire se avevo voglia di ricopiarli, se avevo ancora gusto a riscrivere quella storia nello stesso modo, a “ridirmela”. Quello rappresentava il valore aggiunto di ciò che avevo scritto.
 
Don Chischiotte è uno dei suoi libri preferiti, dice il sito internet a Lei dedicato. Un eroe che non vince mai. È ancora così attuale un personaggio come lui?
Indubbiamente lo è. È un eroe perfetto in questo, non può fare a meno di andare all’attacco di tutto ciò che egli crede un’ingiustizia. Come lui, ci sono delle figure che sono costrette a fare come don Chisciotte, indipendentemente dalla loro volontà. Sono costretto dalla loro natura a combattere le ingiustizie. Io li chiamo i “chisciotte per forza”. Chisciotte vuole riparare i torti, ma non vuole il potere, una grande qualità questa sua generosità, anche dal punto di vista politico. Quando gli capita di conquistare un’isola non la tiene per sé, la dona a Sancho. 
 
In questo spettacolo si sottolinea il valore assoluto della poesia. Lei cita come esempio i paesi slavi, dove tutti conoscono le poesie e le recitano come noi canticchiamo le canzonette. Quanto incide, però, la poesia a formare la storia dei popoli? Quanto “difende” dalla barbarie della guerra?
Beh, la poesia non è una difesa antiaerea, bisogna partire da questo. Però aiuta a difendere sé stessi. Chi ha conosciuto a memoria delle poesie in una prigione, in un campo di concentramento, in un isolamento e ha avuto delle belle parole per medicare la sua ferita e la sua oppressione si è difeso sicuramente meglio.
 
Una nota sul Molise, infine. Anche noi molisani in questi giorni proviamo il brivido di essere don Chisciotte de la Mancia. Combattiamo contro i “nostri” mulini a vento, una sessantina di pali eolici che vorrebbero regalarci al largo di Termoli. Il rischio più grande, che già in passato abbiamo sperimentato, è il sonno delle coscienze, indipendentemente dalle singole decisioni politiche. Come fare per non rimanere spettatori?
 Chisciotte ha questa caratteristica, non è mai spettatore di quello che osserva, tutto ciò che gli accade intorno lo riguarda. C’è uno scatto interiore che gli impedisce di starsene fermo e guardare solamente. È un interventista, un impiccione perfetto. In questo sta il suo segreto.
 

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Le capriole in salita di Pino Roveredo

contadino_che_semina_2“…mi accorsi di essere diventato il gambero della mia storia, ma tutto ciò non mi dava nessuna angoscia”. Una frase del romanzo “Capriole in salita”, di Pino Roveredo, lo racchiude in tutti i suoi estremi.
Roveredo parla del suo libro, scritto undici anni fa e ripubblicato da Bompiani nel 2006. Lo fa alla Biblioteca Albino e poi ne discute alla Casa Circondariale di Campobasso con il gruppo di lettura organizzato con i detenuti.
Alla Biblioteca provinciale una platea gremita di adolescenti, che ascoltano e domandano.
Una sorpresa, affollano le sale per “Ho voglia di te”, dopo averne fatto un best seller, ma leggono e discutono con l’autore di “Mandami a dire”, con cui Roveredo ha vinto nel 2005 il Premio Campiello.
Non era neanche ancora adolescente l’autore quando inizia le capriole in salita della sua vita. Una famiglia difficile, genitori sordomuti, un padre che lo voleva cantante, un’infanzia costretta dai rigori della povertà a Trieste, l’istituto, la fuga dal quella sua prima “reclusione”.
Poi l’alcolismo, il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, gioventù sequestrata a 17 anni, quando la “psichiatria democratica” sembrava lontana anni luce. La legge Basaglia arriva nel 1978, solo 7 anni dopo il periodo raccontato da Roveredo. Eppure lui descrive una verità così oltraggiosa, così offensiva per la dignità dell’uomo da sembrare il medioevo e non il 1971 in Italia. Narra il manicomio, in cui non c’è alcuna rosa da poter regalare.
Ancora il carcere, il tentativo di risalire, e invece no, la sua sete lo consuma e lo condanna. Un’altra clinica, un altro carcere.
L’autore narra un se stesso annichilito, quasi abulico, tanto che ci si stupisce nel capitolo successivo di trovarlo ancora vivo, capace di regalare versi poetici ad una donna, a cui il marito regala solo i versi della sua animalità.
Roveredo scrive senza sosta una vita vissuta in affanno. Mentre scorrono le parole davanti agli occhi se ne sente il suono secco. È il ticchettio dei tasti delle vecchie macchine da scrivere. Racconta ai ragazzi la sua salvezza, la forza di uscirne, grazie all’amore di una donna, ma non solo. Grazie all’amore per se stessi. A quella angoscia che gli era sconosciuta, pure quando era nel baratro, e il non conoscerla ha significato avere un’altra possibilità e coglierla.
“Il carcere si trovava al centro della città, come fosse un vanto esporre la vergogna al passaggio dei turisti”. È il carcere di Trieste, descritto nel libro, è anche quello di Campobasso, dove entra uno dei tanti Pino Roveredo che lo scrittore è stato nella sua vita. Pino matto, Pino bibita, Pino letterato, Pino Campiello.
Oggi Pino operatore di strada, tra chi è in disagio, tra chi ha sbagliato e vuole ricominciare, per leggere, per fare teatro. Capriole in salita è uno dei testi su cui lavorano nei S.E.R.T. di Casoria, di Napoli.
“In carcere ho letto il mio primo libro, era “Cronache di poveri amanti di Pratolini”, dice.
E si commuove quando capisce dalle parole dei detenuti che leggono brani del suo romanzo, che lo sentono un simbolo di quello che non sembra possibile, se guardi la vita dalle sbarre che danno su Via Cavour. “Credo di aver capito e per questo posso affermare con sicurezza”, chiude, “che ognuno di noi ha una pagina bianca su cui scrivere una storia nuova”.
 

postato da: pazienteinglese alle ore 07:48 | link | commenti (1)
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I giorni innocenti della guerra

liberomaL’ultima prova letteraria di Mario Fortunato. Finalista del Premio Strega 2007.
 
“I giorni innocenti della guerra”, edito da Bompiani.
Il titolo è volutamente quasi un ossimoro: l’innocenza della giovinezza, l’orrore degli avvenimenti bellici.
Tutto il bene che si ha nel cuore a vent’anni, tutto il male che i ventenni del 1940 avevano di fronte. Parafrasiamo Calvino, le parole che donò alla resistenza. Tutto il male avevamo alle spalle, tutto il bene avevamo nel cuor. A vent’anni la vita è oltre il ponte…
Il romanzo è un intreccio delicato eppure dirompente dei destini di un gruppo di coetanei che, alcuni in un paesino dell’alto Lazio, altri in Inghilterra, diventano adulti sullo sfondo del secondo conflitto mondiale.
Le loro storie private, felicità, spensieratezza, ma anche dolori profondi e spietati, si incrociano alla fine tra loro, con la sorpresa degli imprevisti, e si scontrano con il conflitto, l’orrore, l’olocausto, il fascismo, la guerra civile in Italia.
Questi eventi cambiano per sempre le loro vite. “Giurarono che, dopo la guerra, si sarebbero ritrovati ma in cuor loro sapevano che non era vero”. La frase scelta per la quarta di copertina dice molto del libro. La guerra separa non solo con la morte e la distruzione, separa anche i vivi, stravolgendone l’anima, il modo di pensare e di fare, per sempre.
Stefano e Eleonora, Edna e Alastair, Nina e Sergio danno vita ad un romanzo storico di genere, tecnicamente impeccabile, che nella letteratura italiana rimanda a Fenoglio, a Elsa Morante, al Pratolini di “Cronache di poveri amanti”.
Mario Fortunato, però, racconta la guerra dalla giusta distanza, quella che gli è permessa dall’età anagrafica. La racconta con lo sguardo serio, e insieme curioso e ancora, fortunato, di chi non l’ha vissuta.
La distanza che lo mette in condizione di parlare di un passato ancora immanente nella vita politica e sociale del nostro Paese con l’autorevolezza di un reportage. Fortunato, infatti, descrive le cose, i sentimenti, gli accadimenti nel loro semplice “avvenire”, “verificarsi”. La storia si svolge da sola davanti agli occhi del lettore.

Una scrittura pulita, di estremo nitore. Uno scrittore che scrive, pensando al piacere di leggere


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